domenica 3 agosto 2008

La mezzanotte è passata da un pezzo e il tramonto congela i colori.

Gru e cupole dorate e le giornate sfilacciate in coda per quanto sono tirate, allungate a dismisura.

Il tempo è come legato a categorie grammaticali inappropriate… allontanamento, avvicinamento, immobilità. Quante ore mi separano dalla semplice comprensione delle cose, dalla possibilità di pronunciare il quotidiano qui, nell’allontanamento di una domanda retorica?  Prendo abitudini nuove,  pian piano smetto di usare gli articoli anche quando parlo la mia lingua, la lingua del pensiero che racconta l’indeterminatezza, l’assenza di possesso… mi allontano, mi avvicino, mi frantumo nell’ennesimo prefisso spaziale, centripeto. Mi sento sola e  assente.

Sono assente e spezzettata, come una bottiglia avvolta in uno straccio e poi fatta in frantumi, rapidamente, nel solo tempo che contiene il rumore sordo dei cocci.

Sparpagliata dappertutto, trasparente. infranta in mille angoli taglienti di vetro umano, senza fondo e identità, e tuttavia presente, viva in mille punti di vista, brandelli di tutto, di un solo punto di vista, il mio, mentre cerca di confrontarsi con il russo e la leggerezza!

 

Oggi la Neva è un negativo ad olio che lambisce l’Hermitage.

Ho guardato negli occhi Pietro il Grande… e non è successo niente!

E sono i miei occhi a cambiare, nuovi, più grandi e non abbastanza a contenere tutto questo splendore. Che non ha limiti. Che non ha senso.

E le parole non bastano e quasi non me ne importa.

Cullata da Nude, in autobus guardo Pietr nello spazio di un finestrino, al tramonto, sulla strada del ritorno. La guardo sfiorarmi in orizzontale come una pellicola inacidita, affascinante e allora capisco, banalmente, che nella mia lingua, esiste un solo verbo, un solo aspetto per spiegare che sono perdutamente innamorata di tutto!

 

 

giovedì 17 luglio 2008

San Pietroburgo dalla finestra.

Ci sono e vorrei tornare...

Ci sono e penso al fatto che qui al dormitorio è vietato fumare in camera. 

Dalle mie finestre la città la vedo tutta, metallica sotto il cielo in costante turbamento, movimento, rimescolamento di colori. Il cielo di Pietr è ovunque, in molliche sparse dappertutto, piccole  e morbide, pungenti. Questo cielo è nei vestiti della gente per strada, nei loro ombrelli dondolanti sotto il braccio, soprattutto nei loro occhi.

Sono qui da due giorni e gli occhi dei russi sono stupefacenti. Profondi, tristi, lucidi e trasparenti come specchi di cieli e nuvole, di case vecchie che cadono a pezzi, enormi, grigie di cemento e regime.

Sono qui da appena due giorni e già sono nauseata dagli odori. Vodka, aglio e deodorante alle arance. Non ne capisco il motivo ma tutto emana di sovrapposizione. Ogni cosa mi appare come duplice e ugualmente univoca, squadrata come le prospettive, forte e acuta come il respiro che esce di bocca a tutti, come l’aria che non cambia nel bagno della mia camera, la stanza, la mia inquilina. 

 

 

Le notti bianche e la possibilità di vivere nella luce di un giorno stirato, tirato al limite.

È  l’abitudine di fine giugno ed è un evento a cui ti abitui mentre ancora ti stupisce.

Le lancette segnano l’ 1,13 ma dietro le tendo c’è la luce dell’alba, i rumori della città, la gente che ride e grida anche nella periferia ancora sovietica del dormitorio.

Quando il sole è basso di tramonto, il Golfo di Finlandia si spalanca e ti strappa via il respiro. Stringo gli occhi contro la luce amplificata dal mare e non riesco a credere a tanta bellezza, immensa natura regalata a spettatori di ogni genere, e tutt’intorno la scura sporcizia sovietica, quella grigia e nera, talmente stratificata da penetrare qualsiasi materia, talmente profonda che basta poco per scordarsene e confonderla col panorama.

È una meraviglia di strazio e abitudine, diversità.

Ogni giorno mi riempio di parole e controsensi, comprensione e incapacità espressiva, comunicazione mutilata dall’incomprensione… tutto nega se stesso, come contrario e ugualmente logico, come le notti bianche, il più grande degli ossimori.

È la natura contro cui non si può nulla e tuttavia è la morbidezza dell’individuo, contenuto liquidi nel contenitore incrollabile della latitudine.

Sono notti senza senso e senza freno, snaturate dalla luce, dai colori e negate nella loro stessa essenza… dopo la notte c’è il giorno, dopo il giorno la notte, dopo la notte c’è la notte bianca e San Pietroburgo.

Dopo tutto ci sono ancora io, a interrogarmi sul dolore di tanta bellezza, oltre i vetri delle mie finestre, oltre la mia quadratura occidentale e scheggiata di equilibri cartesiani smussati…

 

 


venerdì 4 gennaio 2008

Parlami in poesia. Io sono Lucia Mondella

Era seduta a mangiarsi le unghie con gli occhi aperti e sgrassati, asciugati dal colore dei mobili, bloccati nel vuoto dalla calma. Con quali fantasmi si sarebbe confrontata restando lì in salotto a tergiversare? Una risposta per ogni domanda, un movimento di palpebre per ogni risposta. Quanta banalità si è capaci di inghiottire prima di rifiutarla? Quanto tempo prezioso, ancora, da gettar via? 

Lucia lavora e pensa a se stessa. Timbra il cartellino in fabbrica ogni giorno e qualche notte a settimana si rimbocca le maniche nelle prove d’amore da ragazza comune. C’è da infrangere qualche piccola regola sana per Beppe, parlare d’amore e dimostrarlo, contravvenire al catechismo, fabbrica d’amore pulito in cui timbra un altro cartellino.

Lui mi ama. Lui è sensibile… e poi agli uomini le conferme non bastano mai… 

Ma qui non si parla di stupida routine al femminile o di quale sia la priorità fra amarsi ed amare.

È solo folle normalità in una manciata di minuti.

 Lucia è molto stanca la sera, quando lascia la fabbrica e torna a casa. Ha già trent’anni ma vive ancora con i suoi; le è rimasta solo la madre e di suo padre conosce l’assenza. Sua madre Rosa è una donna imbarazzante ed educata, imbavagliata, incattivita. Semplicemente priva di senso dell’umorismo. Porta avanti la casa vuota con grande ambizione e cura, poiché non c’è nessuno che abbia cura di lei. 

Ma non si dica che c’è da torcersi le mani o da strappare qualche lacrima con dettagli di solitudine; qui non si parla di stupida routine femminile poco emancipata su divani ancora coperti di cellophane. 

Rosa è stata una sarta in gioventù. Lucia è un’operaia specializzata, ma madre e figlia non sono affatto l’evoluzione socio-economica dello stesso mestiere. Lucia non ha mai avuto interesse per il cucito; in fabbrica attacca bottoni e lo fa sempre da sola, perché è una giovane donna di quasi bellezza, un po’ sfiorita, un po’ triste, un po’ gelosa. Non ama la compagnia Lucia o, quanto meno, non quella di tutti. Attacca i bottoni tendendo piccole mani piccole e chiare come di madreperla, piene di grazia per chi sia in grado di mostrare gusto per le piccole cose. Non cuce niente e nessuno lei, né tanto meno rammenda: queste sono prerogative di Rosa. Il fine settimana Lucia e Beppe escono insieme, mangiano fuori e lui le fa i complimenti per gonna e borsetta acqua e sapone. 

È strano ma Lucia è piena della meschina felicità delle piccole cose, orgogliosa del suo uomo e del suo mondo affollato da piccoli oggetti di pessimo gusto… non era così? Beppe è un uomo onesto, pensa Lucia, fiera di non superare mai il cordone ombelicale dei suoi anni e delle passeggiate estive fatte al suo fianco. È un uomo affidabile Beppe, senza grilli per la testa, e Lucia crede che, un giorno lui la sposerà, insieme con sua madre e col suo lavoro in fabbrica. Crescere insieme e poi scoprire il gioco delle diversità; è questo l’amore per Lucia. Questo è l’amore, Lucia? Ma questo non è il luogo adatto per certi discorsi, perché qui non si fa proseliti femminile pro matrimonio sereno.

Qui si fanno bottoni. 

Lucia è seduta sul divano e gioca con la sua strana memoria da cane randagio di suoni e odori.

Si, è vero, qui si fanno bottoni, bottoni di qualità, eleganti, quadrati, intarsiati e tutt’intorno è solo un labirinto di alte pareti rumorose che toccano il cielo, il soffitto della fabbrica e le cavità delle sue orecchie.

I versi delle macchine lambiscono Lucia che a stento riesce a capire quella specie di slogan con cui il caporeparto si bagna le labbra e arringa gli operai. Lucia di solito lo ascolta con l’attenzione del sottoposto ed è anche iscritta al sindacato cattolico, anche se non si sa nulla sui bottoni con cui i dodici apostoli tenevano su i calzoni.

Sorride di questa idiozia e non sa come altro giustificarsi Lucia, seduta sul divano un po’ più comodamente di prima. Ripensa a quel giorno, quello della riunione sindacale. Se lo ricorda perché era il compleanno di sua madre, il ventisei di ottobre, e c’era già un freddo invernale da cappotto e bavero alto. Lei è per strada come ogni giorno, e come sempre, entrando in fabbrica per timbrare il cartellino, sfiora i pilastri di cemento all’ingresso. Quella mattina ha freddo e un gran sonno: il cambio di stagione così repentino la inquieta con pensieri strani che non le fanno chiudere occhio, ha spiegato Beppe.

Entra in fabbrica e c’è uno strano movimento: la riunione sindacale che Lucia ha scordato di segnare sul calendario della cucina. Entra e timbra, assonnata e silenziosa. A bocca chiusa si accoccola su una sedia, in un angolo.

Lucia… Lucia!

Mario è entrato nella sua vita così, chiamandola per nome a voce alta e sfiorandole un braccio come per riscaldarla. Ma questo non è il preludio di una storia d’amore e tradimento; qui non ci sono amanti appassionati che scalano mura di cinta, né passioni travolgenti anti-consuetudini di coppia.

 

È l’alba.

Dal parabrezza della sua auto Lucia vede il cielo chiaro infranto da qualche nuvola ancora un po’ notturna. Si sente in colpa per aver fatto mattino anche oggi, come ieri o ieri l’altro. Il pubblico che la osanna per la performance sono baristi, furgoni che non rispettano gli Stop, finestre illuminate al neon, postini che fanno colazione.

Lucia, in quei momenti di prima luce, si sente quasi la depositaria segreta di una vita assente, trasparente per gli altri, fragile come il vetro, invisibile e tagliente. Ha i vestiti e le mani impregnate di Mario, di quell’odore un po’ scuro che le circonda la testa come un’aureola di sensazioni e avanzi di frasi. A volte la vita di Lucia è aspettare Mario e parlare con lui, far l’amore e far la vita, nuova ed inebriante.

A volte il corpo di Mario non esiste più e Lucia, ormai sdraiata sul divano, ha in mente solo il colore dei suoi occhi, il suo profilo, l’avambraccio su cui punta il mento. Mario sono le ore della sua giornata, trascorse o da venire, il binomio in cui non c’è posto per nient’altro. Ma qui non ci occupiamo di ragazze moderne, operaie della vita che si innamorano di tutti e sono iscritte al sindacato. Questa non è una biografia.

Lucia è seduta a mangiarsi le unghie, felicemente affranta dalla vita, consapevolmente sola, unica come non ha mai creduto di poter essere. Ha trent’anni e lavora in fabbrica, vive sola nella casa dove è cresciuta e dei suoi genitori conosce solo l’assenza. Ha un fidanzato che ama, compagno perfetto per ogni occasione; ha un amante ed ama anche lui, compagno ideale di un mondo che ha solo due stagioni, due città, due posti a tavola.

Ha piccole mani come di madreperla, mani assassine.

Lucia attacca un altro bottone e sospira.

Click.

 

 

 

 

 

 

venerdì 7 dicembre 2007

i miei capelli sui tetti di Taman'

cos'è Taman'...
il luogo della fantasia, di quella bidirezionale che ti attraversa, con un foro di entrata e uno di uscita.
Potrebbe trattarsi di un proiettile o delle mie orecchie, 
di uno strumento creato per aprire le nuvole o farsi largo tra la folla, 
una galleria, la corsia di una strada provinciale. 
Nel 1840 "Taman' è la più misera tra tutte le cittadine marittime della Russia"
ma per me non è altro che il torcersi delle mie mani sbigottite di fronte al dubbio.
La fantasia che si allontana dalla vita quotidiana.
Certo, la più banale delle fughe contro ventiquattro ore fatte di impegni, problemi, risate, lavoro,
palpebre sbattute, suoni, immagini, traduzioni, la chiave del portone che si spezza nella serratura,
l'auto che non parte, i regali di natale... anche questo è Taman', 
il gap che ci impedisce di credere e dedicarci a ciò che davvero è importante, 
la spaccatura di una decisione, comportarsi da persone serie o 
pensare in altri termini a parole come arte, scrittura, rapporti sociali.
Quello che vedo oggi è una nuova lista di priorità sempre più meschine
e, badate, non è che l'intento sia scuotere coscienze o lanciare provocazioni di sorta.
Semplicemente osservo
e quello che vedo, ancora una volta,
sono solo pochi centimetri, quelli che bastano a tenerci
lontani dal suolo, quelli a cui ci aggrappiamo ogni volta che
le nostre azioni vanno in una direzione opposta alla normalità,
al comune buon sentire...
Taman' è la figura retorica verso l'immaginifico e il fantastico,
ciò che appare irreale tanto è impossibile e, ugualmente,
è l'accettazione scontata e silenziosa di ciò che ci sembra lontano,
quella fatta con un'alzata di spalle prima di proseguire sulla nostra strada.
Questo è il dubbio.
Questo è Taman'.